Spesso ci si sente porre questa domanda: “Quali sono gli strumenti musicali più adatti alla musicoterapia?”
In realtà, formulata in questo modo, la domanda non ha una risposta univoca. Quando si parla di musicoterapia e strumenti musicali, infatti, non esistono strumenti adatti in senso assoluto: ciò che conta è il modo in cui vengono utilizzati all’interno della relazione terapeutica.
Il medium sonoro
La musicoterapia è una disciplina che utilizza il suono, la musica e il movimento per aprire canali di comunicazione ed espressione. Di conseguenza, tutto ciò che produce un suono o genera musica può essere considerato un medium comunicativo ed espressivo all’interno dell’attività terapeutica.
Alla domanda su quali siano gli strumenti musicali per la musicoterapia, la risposta potrebbe quindi essere: tutti gli strumenti musicali, e non solo.
Il musicoterapeuta deve essere pronto a utilizzare:
- oggetti di uso quotidiano;
- strumenti tradizionali, sia quelli che conosce bene sia quelli che non sa suonare formalmente, utilizzandoli in modo libero e non necessariamente secondo il linguaggio musicale codificato;
- strumenti ritmici e dello strumentario Orff;
- il proprio corpo e la propria voce.
L’aspetto fondamentale non è quindi lo strumento in sé, ma la conoscenza delle sue caratteristiche e la capacità di comprendere, nel qui e ora, cosa sia più opportuno utilizzare o evitare in relazione al contesto.
Oltre lo strumento: comprendere le sfumature e i contesti
Il musicoterapeuta dovrebbe conoscere le caratteristiche dei diversi strumenti musicali, le loro differenze organologiche, timbriche ed espressive e, soprattutto, il significato che ciascuno strumento può assumere nell’immaginario collettivo e per il singolo paziente.
Alcuni esempi pratici:
- Il pianoforte viene spesso considerato ingombrante e poco favorevole al contatto visivo, perché può costringere il terapeuta a dare le spalle al paziente. Tuttavia, se utilizzato consapevolmente, può essere particolarmente efficace quando serve una presenza sonora importante, quando si lavora con un gruppo numeroso oppure quando rappresenta lo strumento preferito dalla persona.
- La chitarra può invece risultare più agile e favorire una postura più aperta, per accompagnare un gruppo disposto in cerchio o in un contesto all’aperto. La scelta dipende quindi dalla capacità del professionista di valutare quale strumento sia più adatto alla situazione.
- La soggezione per gli strumenti tradizionali: se una persona prova timore nei confronti degli strumenti convenzionali perché ritiene di non saperli suonare, il terapeuta può introdurre inizialmente strumenti ritmici oppure mostrare come anche quelli tradizionali possano essere utilizzati in modo libero e informale.
La classificazione funzionale di Benenzon
Nell’ambito della musicoterapia Benenzon, è utile conoscere la classificazione funzionale degli strumenti musicali proposta da Rolando Benenzon, che individua diverse funzioni nell’uso terapeutico:
- Strumenti integratori: generalmente di grandi dimensioni, possono essere suonati contemporaneamente da più persone e favoriscono l’integrazione all’interno del gruppo.
- Strumenti sperimentali: vengono utilizzati per esplorare liberamente il suono oppure per osservarne la forma e le proprietà fisiche.
- Strumenti difensivi: possono essere impiegati per proteggersi o per evitare il contatto con gli altri o con le proprie emozioni.
- Strumenti intermediari: facilitano e mediano la relazione tra paziente e terapeuta oppure tra i diversi componenti del gruppo.
Questa classificazione rappresenta uno degli elementi centrali del modello Benenzon, in cui lo strumento assume una funzione che va oltre la semplice produzione musicale.
Il rischio dell’“estetizzazione” e il valore della bellezza
Sia il paziente sia il terapeuta, soprattutto quando quest’ultimo proviene da una formazione musicale, possono correre il rischio dell’estetizzazione, cioè spostare l’attenzione sulla qualità estetica di ciò che viene eseguito a scapito della comunicazione e della relazione.
In questi casi, la ricerca della qualità musicale può trasformarsi in un meccanismo di difesa. Ciò non significa che la bellezza non abbia valore in terapia, la bellezza è un’emozione (“A thing of beauty is a joy forever“), ma occorre fare molta attenzione affinché l’estetica non prenda il sopravvento sull’ascolto e sulle dinamiche relazionali.
L’impatto simbolico e la natura degli strumenti
Oltre alle classificazioni organologiche, come quella di Sachs e Hornbostel che distingue idiofoni, aerofoni, cordofoni e membranofoni, è importante considerare anche i materiali con cui gli strumenti sono costruiti: metallo, legno, membrane e corde.
Ogni materiale produce caratteristiche sonore e vibrazionali differenti e può avere un impatto diverso sulla persona. Integrare questi aspetti permette al terapeuta di evitare una scelta superficiale degli strumenti e di utilizzarli con maggiore sensibilità e consapevolezza.
Bisogna inoltre ricordare:
- La qualità del silenzio: il silenzio è una componente primaria della dimensione sonora. Rimanere accanto a una persona in un silenzio condiviso e partecipe può rappresentare un momento relazionale profondo e significativo.
- L’ascolto silenzioso e il canto interiore: l’ascolto non è mai un processo completamente passivo. Ciò che una persona ascolta e interiorizza può essere successivamente rielaborato attraverso l’immaginazione e il canto interiore. Come ricorda il primo assioma della comunicazione di Paul Watzlawick, è impossibile non comunicare: anche nel linguaggio verbale, infatti, la dimensione sonora e prosodica rimane presente attraverso tono, timbro e ritmo della voce.
In conclusione
La scelta degli strumenti nella musicoterapia e nell’arpaterapia non può essere ridotta a un semplice elenco di strumenti “giusti” o “sbagliati”.
L’utilizzo consapevole di strumenti musicali in musicoterapia richiede conoscenza, flessibilità, capacità di ascolto e una preparazione adeguata, così da interpretare e accompagnare i bisogni specifici di ogni persona.
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